In questa nuova puntata del Cafè DocEdu parleremo dei modi in cui l’arte può sensibilizzare l’età adolescenziale. Ascolteremo interventi di specialisti di pedagogia artistica, che coi rispettivi progetti cercano di arrivare ai giovani, intercettandone le ricchezze, le possibilità, ma anche le criticità e le fragilità, utilizzando l’arte in contesti educativi come strumento per la promozione culturale e sociale.
Lo scopo del Cafè, come sempre, è anche quello di creare incontro, uno scambio di contatti, attivare delle contaminazioni progettuali e artistiche, per incarnare, nell’essenza, il concetto di “fare rete”. Gli ospiti di oggi, tra soci della cooperativa e ospiti esterni, in ordine di intervento, sono: Francesco Gualtieri ed Eliana Danzì, Veruska Menna, Alexsander De Bastiani, Fernando Battista, Paola Bertassi e Carmen Fantasia.
Francesco Gualtieri ed Eliana Danzì 🥁
In questo racconto a due voci, simile per sviluppo e sentimento ad un concerto musicale, si alternano le esperienze di Francesco “Checco” Gualtieri ed Eliana Danzì. Francesco “Checco” Gualtieri è musicista, docente, scrittore, direttore della Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia e portavoce del Forum Nazionale per l’Educazione Musicale. Eliana è insegnante, performer, formatrice specializzata in pedagogia e didattica musicale, esperta di musica d’insieme e body percussion.
Ci parlano di “Paesaggi Musicali della Palestina”, un libro edito nel 2025 da Gesualdo Edizioni, parte di una collana didattica intitolata “Fare per capire”. Il volume, curato da Checco, e che vede tra gli autori partecipanti (esperti di didattica musicale) anche Eliana Danzì, ospita diverse canzoni e danze di origine palestinese. Non è un pamphlet storico, quindi un documento culturale, politico, ma piuttosto una pubblicazione che ha l’obiettivo di raccontare storie personali e di ricercare la bellezza attraverso la musica.
Ogni autore ha selezionato un brano proveniente da quella terra e ne ha estratto delle attività didattiche per la scuola iraniana, per le scuole di musica, dell’infanzia, primarie e secondarie. Alcuni brani risalgono della tradizione popolare, altri sono di compositori attuali, come il brano Alzaytun, che significa in arabo “l’ulivo”, la cui inclusione nel volume è stata curata da Eliana. Il brano, ci spiega Eliana, è una metafora di radicamento alla terra, un simbolo di cooperazione, e rimanda all’immagine delle famiglie che si riuniscono per raccogliere i frutti dagli alberi dei propri antenati, in un aiuto reciproco, che è tanto un incontro concreto quanto un forte simbolo legato alla cultura palestinese.
In questo brano è presente il tema del fare insieme, del valore di creare qualcosa assieme, e nel riconoscersi uno nell’altro, in una interdipendenza che è una vita insieme, non fatta da individui separati, ma di “con-dividui”, di tanti “noi” di cui si è parte, soggetti in un contesto condiviso, una vera comunità, e che si può vivere ed esprimere anche e soprattutto attraverso l’arte, la musica. Eliana ci ricorda che questo principio, l’empatizzare con gli altri, non è una scelta, ma è qualcosa di specifico che risiede nella vita, nell’umano e che dovrebbe spingerci ad un principio fondamentale di coesistenza pacifica, e di collettiva responsabilità. Una risonanza che diventa il modo per comprenderci mutualmente, per cooperare, e che la scuola dovrebbe sempre avere come insegnamento cardine.
Eliana ci presenta poi il brano e, con un piccolo esercizio, ci cala nell’arte della body percussion, facendoci provare le cellule ritmiche di base. “Petto, piede, battito di mani”, ecc. Il suo approccio è corporeo, incarnato: un modo di entrare nella musica e nella melodia attraverso il fare, il corpo, in un gesto che è di base relazionato, in coppia, nel contatto tra le mani dei partecipanti, nel loro incontro. I piedi servono per spostarsi nello spazio, per abitarlo, per poi cambiare compagno, e vivere la relazione attraverso il ritmo.

Eliana ci mostra poi un esempio di musicogramma, uno strumento se vogliamo analogo per semplicità di esposizione ai nostri spartiti, in cui rappresentare graficamente la musica, ma con differenti riferimenti di scrittura, e in grado di sostanziare, oltre l’aspetto ritmico del brano, anche la melodia. Il musicogramma non è qualcosa che viene dato da eseguire, da ripetere, ma un modo spontaneo di scrivere la musica, composto da una notazione analogica che i bambini e le bambine imparano ascoltando il brano. L’approccio è esperienziale, e segue modi personali di scrittura, perché la scrittura stessa sembra catturare il movimento della musica, della melodia, e ognuno la sperimenta in un modo personale, anche se espresso in un modo graficamente predisposto e condiviso.
Checco riprende poi la parola, dicendoci che il ricavato del libro è destinato al lavoro che stanno svolgendo presso il Centro del Mosaico di Gerico. Ci presenta il centro con un video, e ci fa ascoltare, tramite un altro filmato, il brano “Hala la la la ya”, immergendoci nella bellezza dei suoni locali, nella ricchezza delle umanità coinvolte.
In conclusione, ci lascia con una poesia di Mahmoud Darwish, iconico poeta palestinese, che chiude l’intervento e anche il libro:
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai tornando alla tua casa, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi con tanti pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso, con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso e dì:
“magari fossi una candela in mezzo al buio”.
Veruska Menna 🚸
Veruska Menna è attrice, cantante, formatrice LIS (lingua italiana dei segni), scrittrice. Il suo percorso comincia con la dizione, come attrice prima, e insegnante, poi. Nel 2012 ha pubblicato un vero e proprio manuale di dizione, intitolato “Quaderno di dizione” (Caramaica, 2012), col quale ha allevato numerosi attori, doppiatori e interpreti. Veruska è anche formatrice nell’ambito della lingua dei segni. Per dodici anni ha lavorato con persone sorde e con interpreti della lingua dei segni, un capitolo della sua vita che lei ritiene fondamentale, e che l’ha portata a conoscere tante realtà diverse, e a capire meglio e dall’interno il mondo della sordità.
Oggi è qui per parlarci di un altro suo progetto, un altro aspetto della sua personale ricerca artistica e creativa. Nel 2016 ha pubblicato “Flaminia” (Rapsodia, 2016), una raccolta di racconti che desidera intrecciare la narrativa in un progetto di più ampio respiro, di sensibilizzazione e informazione.
Il progetto nasce con l’idea di mettere in scena dei monologhi intensi e perfino scioccanti, per consegnare il messaggio che il libro porta con sé: fare caso che sul ciglio della strada ci sono troppe croci, troppe lapidi, fiori, ricordi, troppe vite interrotte prematuramente. E così il libro comincia a girare l’Italia per delle presentazioni, ad entrare nelle scuole, anche se a fatica, per la difficoltà del tema trattato (alcuni presidi, ci dice Flaminia, sono restii, distratti), e nei teatri, per esempio a Latina, grazie al progetto “Con Guido fai strada”, dedicato ai ragazzi neopatentati di 17-18 anni. L’intento di questi incontri, sottolinea ancora Veruska, è anche quello di scioccare, perché è un tema importante, critico, che deve lasciare la giusta impronta negli ascoltatori. Del resto, l’aspetto “scioccante” non è gratuito, ma viene da sé, attraverso la narrazione degli ospiti, persone che raccontano la propria esperienza, per esempio chi ha perso il figlio in un incidente, chi ha subito un incidente stradale, magari con gravi conseguenze e menomazioni. I ragazzi a quell’età, continua Veruska, sono delle vere e proprie spugne su questo argomento, ognuno di loro ha un’esperienza che li ha toccati più o meno direttamente, sebbene siano così giovani. E quando arriva alla fine degli incontri e legge alcuni dei racconti di Flaminia, interpretandoli con enfasi, dramma, grazie alla sua capacità di recitazione e all’accompagnamento musicale, racconti che, sottolinea, sono verosimili, ma non veri, i ragazzi rispondono con emozione e con entusiasmo, tanto che le scrivono anche nei mesi successivi con messaggi e testimonianze, con la promessa che “io questa cosa non la dimenticherò mai”. E allora, l’obiettivo è raggiunto, e i ragazzi, si spera, saranno davvero più attenti e meno distratti. Di attenzione ai particolari, grandi e piccoli, ne hanno un gran bisogno i ragazzi, sottolinea Veruska. Nota questa mancanza soprattutto nei laboratori e seminari di scrittura che conduce, per esempio nei licei, una vera e propria “distrazione di massa”.
La diffusione di Flaminia è stata spinta anche da associazioni con cui Veruska ha collaborato, come l’Associazione Familiari e Vittime della Strada, e varie associazioni che si occupano di persone con sordità, realtà che sono intervenute in diverse presentazioni del libro, supportandole e rafforzandole. In particolare, Veruska ha deciso di tradurre nella lingua dei segni (grazie al supporto di alcuni suoi allievi artisti) le sue interpretazioni dei racconti, per gettare un ponte anche sulla sicurezza per le persone con sordità. Perché anche loro comunque guidano, hanno una vita normale, che richiede attenzioni diverse, e l’enfasi sul tema della sicurezza stradale è anche nel loro caso fondamentale.
“La cosa che mi premere”, racconta Veruska, “è la possibilità di entrare nelle scuole per fare qualcosa di cui i giovani hanno bisogno. Dare loro attenzione, far sì che le parole diventino cura, e che le parole siano curate”. Tutto questo cerca di farlo anche attraverso i seminari di scrittura creativa, per aiutare i ragazzi a trovare la poesia e la bellezza ovunque esse siano. Questi laboratori sono rivolti spesso a ragazzi con 17-18 anni, un’età critica, importante, una fase di trasformazione, dove i ragazzi hanno bisogno di sentirsi protagonisti. La scrittura e gli eventi sulla sicurezza riescono a fare tutto questo, arrivando loro dritti nel cuore.
Alexsander De Bastiani 🗡️
Alexsander De Bastiani, in arte Shezan Millestorie, è clown, artista circense, pedagogo, esperto nel Metodo Feldenkrais per la riabilitazione motoria. Si descrive come fautore dell’arte e della terapia del buonumore. Primariamente è performer e artista, la gran parte della sua attività lavorativa, infatti, è rappresentata dai vari spettacoli che realizza, spettacoli che, sottolinea, gli servono per esplorare tutte le forme d’arte possibili, oltre che le differenti modalità di comunicazione e di apprendimento.
Alexsander è affamato di influenze e stimoli, sempre alla ricerca di nuovi contenuti da studiare, con cui sperimentare, e poi ancora da sviluppare, rimasticare, personalizzare. Arte, teatro e musica sono forme di espressione che diventano a loro modo forme di insegnamento, e infatti Alexsander parte da qua, in giovane età, come musicista, e soprattutto percussionista, come ginnasta, appoggiandosi poi al Teatro Fisico (studiato al Philip Radice di Torino), affiancando parallelamente a questo studio spettacoli di strada, di fuoco, giocoleria, e magia. Con la magia, ci racconta, ha vinto premi internazionali, tra cui campionati europei, e si è classificato al quarto posto ai mondiali con la magia da scena con numeri creati da lui; in aggiunta, si destreggia anche come mangiatore di spade, ribadendo che, purtroppo, è uno degli ultimi in circolazione a dedicarsi a quest’arte.
Per vent’anni, in scena, ha interpretato lo stesso personaggio, ma il bisogno di incarnare e integrare altri contenuti l’ha portato nel tempo a sviluppare altri personaggi, a vestire altri abiti, come il suo recente personaggio del Conte Ugolino, dove inserisce la sua passione per la Divina Commedia (e la conoscenza, a memoria, dell’intero Inferno), col quale gioca col pubblico, incitandolo a richieste di Canti e versi specifici.
Oltre a tutto questo, Alexsander ha studiato il metodo Feldenkrais. Si è approcciato a questo metodo quando stava sperimentando col fachirismo. In quel periodo, ci racconta Alexsander, ricercava stimoli eccessivamente forti per “poter sentire qualcosa”, ma il Feldenkrais lavora più sul sottile. Tra gli aspetti caratterizzanti del metodo vi è una concezione dell’apprendimento di natura più organica, che permette di “assimilare il massimo potenziale, senza dover mettere in gioco strutture forzanti”. Utilizzando questo e altri strumenti (come il suo essere percussionista, facilitatore di giocoleria funzionale, di drum circle), Alexsander sta ultimamente contestualizzando la propria ricerca personale in un laboratorio intitolato Corpore, in cui inserisce elementi del fachirismo, come camminata sui carboni e sui chiodi, bagni nel ghiaccio, non in chiave (solo) performativa, ma in quello che può essere un percorso di lavoro più personale e d’ampio respiro, che fonde trasversalmente competenze e abilità da apprendere e mettere in gioco.
Alexsander ha cominciato a proporre dei laboratori quasi dieci anni fa, e si è spostato poco alla volta dal fuoco al corpo, in senso più ampio, e soprattutto dall’aspetto performativo in senso stretto a quello relazionale, comunicativo, sul significato dei gesti, l’utilizzo degli oggetti, ecc. Il tutto, naturalmente, si sostanzia ancora attraverso esercizi esperienziali, pratica che Alexsander cerca di cucire su misura sulle specifiche abilità e competenze dei partecipanti, sulle individuali abilità motorie e neurofunzionali dei partecipanti. Così facendo, unendo elementi della giocoleria, della musica, del lavoro col corpo, Alexsander crea un contesto esperienziale inclusivo, accogliente, dove ognuno riesce a tirare fuori il meglio di sé, indipendentemente dalle proprie abilità e livello, tramite anche apprendimenti “indiretti”, come un “girare attorno alle cose”, dove la ripetizione di un esercizio può sviluppare miglioramenti in ambiti apparentemente scollegati (tra cui, anche, quello emotivo e relazionale), lavorando sul sottile, per vie che potrebbero sembrare secondarie.
Questo avviene anche tramite l’utilizzo di numerosi oggetti e strumenti, che per Alexsander hanno la capacità di “spersonalizzare”, nel senso di fare uscire una persona dai propri schemi fisici e mentali, e che porta allo stupore rispetto a ciò che si sta realizzando, per esempio quando una persona riconosce di aver appena compiuto qualcosa (un gesto, un movimento, un esercizio) che non pensava inizialmente di riuscire a fare, perché quando ciò viene riconosciuto, il risultato è già arrivato, lo scoglio iniziale mentale, superato.
Fernando Battista 🛟
Fernando Battista è insegnante, docente, formatore, counselor e artista, interessato particolarmente al tema del corpo, del movimento e della danza, anche a fini terapeutici e educativi.
Nel 2024 ha pubblicato “Pedagogia del confine. Storie di corpi in movimento per una geografia delle relazioni” (Edizioni Junior, 2024), un libro che, partendo da una ricerca-intervento in ambito educativo, cerca di proporre un metodo educativo che utilizza la corporeità, tramite la Danzamovimentoterapia, e l’arte performativa, per trasformare il contesto in cui si va a operare, portando la riflessione anche sulla condizione dei migranti e del fenomeno della migrazione, sul mondo adolescenziale. È un testo corredato di interviste ai partecipanti, storie che parlano di incontri, di emozioni, di narrazioni sulla scoperta del senso dell’esperienza umana, dell’esservi parte.
Fernando è insegnante, ha un Ph.D in Teoria e Ricerca Educativa (conseguito presso l’Università di RomaTre), è professore a contratto presso il Dams Università di RomaTre, docente del master in Artiterapie dell’Università di RomaTre e dell’Università Cattolica di Milano. Insegna anche alle scuole medie e superiori. Vive con ciò in prima persona le problematiche di cui parla, raccontate in modi diretti e indiretti dai ragazzi, quella del malessere sociale, ma soprattutto quella del corpo, di un corpo che diventa oggetto secondario, o che ha come fine solo la competizione nello sport.
Anni fa è entrato a contatto con dei ragazzi migranti lavorando come volontario in una ONG romana, chiamata Laboratorio53, un incontro importante, che ha sollevato le criticità e difficoltà dell’argomento e che gli stessi ragazzi migranti si ritrovano a vivere in prima persona. Ciò l’ha portato a porsi delle domande circa la possibilità, come cittadino, come insegnante e anche come danzaterapeuta e counselor, di intervenire personalmente, utilizzando i propri strumenti e punti di forza. Ha deciso di fare una scommessa, e di proporre nella scuola in cui lavorava (Livia Bottardi di Roma, una scuola di periferia) un progetto che si chiamava “Anime Migranti”. Nel progetto, iniziato nel 2015, ha fatto incontrare i ragazzi della scuola di Roma coi ragazzi migranti appena sbarcati, ospiti dell’associazione dove faceva volontariato. L’obiettivo era quello di “superare le barriere e i pregiudizi che i migranti portano con sé”, frasi fatte come “i migranti sono lì per rubare il lavoro, per violentare, per rubare, sporcare”, ecc, ecc. Spinto dai ragazzi a continuare il progetto, anni dopo, l’ha trasformato in dottorato di ricerca presso l’Università di RomaTre, e da quella continuazione, è poi nato il libro Pedagogia del confine.
“All’inizio”, ci racconta Fernando, “non sapevo cosa significasse poter fare una cosa del genere. Parlare di danza. “Danza” è una parola polisemica, vuol dire di tutto e di più, ed è uno strumento anche antropologico, trans-culturale, trans-generazionale, e pure rituale. Io mettevo in gioco il corpo, in un modo che non era l’immagine o l’immaginario della danza classica o contemporanea”.
Per Fernando, era importante “superare il punto di vista”, l’intero obiettivo della ricerca, e ci spiega, “Pedagogia del confine” viene proprio da questo, dal confine, che inizialmente serve per dividere, ma che se lo si guarda da un altro punto di vista è una soglia da attraversare, e ancora prima da vivere. “E vivere il confine”, continua con passione, “è starci sopra, in mezzo: è un non-luogo, stiamo li dentro, mettiamoci sopra, e incontriamoci col corpo”. Per questo il corpo è il mezzo privilegiato per l’attività di Fernando. È l’elemento che ha creato l’incontro, che l’ha costruito e tramite quello ci si è conosciuti, avvicinati, permettendo poi di superare altre barriere, come quelle linguistiche. Il corpo, sottolinea lui, è per gli adolescenti un mondo sconosciuto e per i migranti ancora di più, un “corpo moltiplicato”, che ha vissuti traumatici, un universo di esperienze, di mondi. E quando il professore dice ai ragazzi: “ora puoi abbracciarlo”, loro si rendono conto che fino a quel momento, quella persona, l’hanno conosciuta comunicando col corpo, senza alcun contatto. E lì, in quell’istante, si rendono conto anche che quell’abbraccio, in realtà, l’hanno sempre desiderato.
Ci mostra infine un video, con le impressioni degli studenti italiani che si sono incontrati coi ragazzi migranti e che hanno costruito con loro questa nuova relazione, spostato il punto di vista. Sono impressioni potenti, sincere e ricche di sentimento, di profonda empatia, e frutto di una nuova comprensione.
Questa è la “restituzione” del progetto, il suo lascito, la risposta alla domanda: “che cosa è successo?”. E quando Fernando ne parla, in realtà, preferisce farsi silenzioso, e lasciare spazio ai ragazzi. Perché loro, con la propria testimonianza, col proprio racconto, vanno dritti al cuore, e non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni.
Paola Bertassi 🎤
Paola è musicista, compositrice, docente di musica presso la scuola primaria Santa Gemma di Milano, e direttore della Scuola di Musica Città di Novate (convenzionata con il Conservatorio Giuseppe Verdi di Como e con i Civici Corsi Jazz a Milano). Alle spalle ha molti anni di esperienza maturata nell’insegnamento e nell’educazione, che diventano il materiale plastico e tematico dei libri che pubblica con la casa editrice Curci, un “catalogo” personale composto da più di dieci pubblicazioni e che rivolge particolare attenzione alla scuola dell’infanzia e primaria. Paola dirige anche due cori, uno per adulti (progetto chiamato Coroseduto), e due per bambini, rivolto ai bambini dai 5 agli 11 anni, coi quali ha partecipato a più edizioni dell’Ambrogino D’Oro e BimboFestival.
Fin dall’inizio, Paola è interessata a trovare un modo per aggregare i ragazzi, per fare musica di insieme come obiettivi principale. Questo non è immediatamente facile, in quanto l’associazione che fonda, che poi diventerà la vera e propria scuola di musica di cui è direttore, all’inizio ospita una ventina di iscritti, ma col tempo e il duro lavoro, questa possibilità diviene concreta realtà, tant’è che oggi la Scuola ospita più di seicento studenti iscritti ai corsi di musica.
I corsi di musica spaziano per genere e strumenti, come jazz, pop, musical, rock e classica. Nella scuola si tengono anche attività laboratoriali di aggregazione per tantissimi generi musicali perché appunto il punto focale è sempre quello, stare assieme, suonare assieme, cercare di realizzare qualcosa tramite uno sforzo corale, di gruppo, tramite una sentita partecipazione.
Paola crea un rapporto diverso tra la scuola e i ragazzi, cosicché quella non si riduca per loro semplicemente ad uno spazio in cui recarsi, da riempire. Vent’anni fa ha avuto l’idea di creare un collettivo studentesco e di affidare ai membri le chiavi della scuola, permettendo così ai ragazzi di responsabilizzarsi e prendere decisioni, svolgere attività per la scuola e al suo interno, per esempio lavori estivi, pulizie, e anche la possibilità di ripitturarla, e riarredarla. Questo ha fatto sì che i ragazzi sentissero “propria” la scuola, di aver impresso qualcosa in quel luogo, come una seconda casa, in cui tornare al bisogno. E infatti, diversi docenti e professionisti sono partiti da lì, come studenti, tornandovi poi a studi ultimati in altre vesti, dall’altro lato della cattedra.
Paola vuole comunque portare la riflessione sul fatto che i ragazzi che si iscrivono alla scuola di musica sono, in qualche modo, privilegiati, con alle spalle una famiglia in grado di sostenere i costi (mantenuti in ogni caso il più bassi possibili) di una scuola di musica esterna, in aggiunta a quella tradizionale, e motivati a spingere i ragazzi a ricevere un’educazione di questo tipo. Si chiede spesso: “e gli altri ragazzi?”. L’educazione musicale non è ancora così diffusa come altre, per esempio come quella sportiva, neppure nell’immaginario collettivo, ma Paola dirige i suoi sforzi anche in quella direzione, per far sì che la musica sia inclusiva, anche equivalente o alternativa al pallone da calcio e da basket, e creatrice di virtù, competenze trasversali, anche relazionali, non solo musicali, ritmiche, o legate all’apprendimento di uno specifico strumento. Che la musica, insomma, sia riconosciuta e valorizzata nel suo insieme come potente strumento formativo e didattico, e di aggregazione sociale, creatrice di valori positivi.
In questi anni, e in questa direzione, sta realizzando un progetto intitolato “La musica in cartella” (e che ha preso forma in tre volumi pubblicati dalla Curci), col quale cerca di trasmettere ai bambini affetto e curiosità nei confronti della musica, che può passare dal riconoscimento di uno strumento, alla body percussion e al ritmo, al canto, scrittura, recitazione e tanto altro. “I talenti in educazione musicale sono tantissimi, c’è solo da scoprirli”, ci dice. E mettendo assieme le abilità di ciascuno, si riesce a creare qualcosa di bello, qualcosa di grande, come un progetto annuale. Per esempio, con le quinte elementari, lavorando maggiormente sull’uso della voce, del corpo, del paraverbale, del teatro musicale, riesce a realizzare uno spettacolo teatrale, o meglio, due, uno a Natale e uno di fine anno, anche su temi importanti, come rivisitazioni dell’Iliade o del Piccolo principe. I testi vengono riscritti assieme ai bambini, e realizzati mediante la recitazione.
Sempre con questo spirito, con le quarte elementari riscrive testi di canzoni conosciute e ne riarrangia la musica, cosicché i bambini possano cantare e suonare la nuova versione, avvicinandoli così al coro, alla musica d’insieme, all’esperienza propria e specifica della musica, cioè quella di realizzare qualcosa di grande, e unico, tramite l’impegno e la passione di tutti i partecipanti.
Carmen Fantasia 💸
Carmen Fantasia, consulente fiscale per la Rete Doc per lo spettacolo e la creatività, esperta di diritto fiscale e del terzo settore, chiude come sempre la puntata con un intervento centrato su aspetti fiscali e normativi delle professioni artistiche.
Oggi vuol portare l’attenzione sugli strumenti fiscali a disposizione per promuovere l’arte come leva di sensibilizzazione nell’adolescenza. Ci chiede: che fondi si hanno a disposizione da parte dello Stato, per poter creare progetti rivolti agli adolescenti, per arrivare con progetti educativi le realtà socialmente più deboli, per togliere i ragazzi dalla strada, distoglierli dai telefonini, ecc? Questa domanda, e la capacità di rispondervi, è di importanza fondamentale, per capire come muoversi, progettare, le possibilità di manovra.
Il governo italiano, tramite misure fiscali e normative attive dal 2005, ha messo a disposizione e potenziato diversi strumenti per incentivare la partecipazione culturale giovanile. È importante sapere che quando si partecipa a questi bandi si possono ricevere finanziamenti o contributi. La differenza è che il finanziamento dev’essere restituito a tasso zero, mentre il contributo no, essendo a fondo perduto. I fondi ricevuti sono detraibili o deducibili dalla dichiarazione dei redditi. Specifica: la deducibilità va a ridurre l’imponibile su cui si applicano le imposte; la detrazione, invece, va a ridurre le imposte già calcolate. Esistono anche delle agevolazioni Iva per lo spettacolo. Molti non sanno, per esempio, che tutte le associazioni artistiche, gli enti del terzo settore (come biblioteche, musei e fondazioni), quando fanno eventi dal vivo che rientrano negli spettacoli di ascolto (e non di intrattenimento) hanno una riduzione dell’Iva del 10% . Applicando una Iva ridotta del 10%, o in alcuni casi del 5%, si può abbassare il prezzo del biglietto, renderlo più accessibile, alleggerendo così il carico fiscale delle associazioni e incentivando la diffusione e la promozione della cultura.
Un altro esempio di cui ci parla è Art Bonus, che offre un credito di imposta del 65%, permettendo di andare a decurtare un’ingente quota delle imposte che le associazioni sono chiamate a versare.
Esistono anche dei contributi a fondo perduto per progetti culturali per gli under 35, bandi per le politiche giovanili che abbracciano queste fasce di età e finanziamenti agevolati fino a 35.000€ per le idee sperimentali e fino a 500.000€ per progetti strutturati.
Ancora, il programma Cultura Crea 2.0, dove i contributi elargiti sono a fondo perduto fino all’80 o 90% di quanto richiesto.
Da non dimenticare, inoltre, la carta della cultura giovani, che mette a disposizione dei diciottenni che ne fanno richiesta 500€, e la carta di merito per chi ha ottenuto eccellenti risultati scolastici (altri 500€). Le due carte sono tra loro cumulabili.
Vi è poi un Decreto Cultura 2025, il Piano Olivetti per la cultura, che ha l’obiettivo di rigenerare da un punto di vista culturale le periferie e le aree svantaggiate. Sono stati dedicati, a questo scopo, 3 milioni di euro per l’apertura di nuove librerie per giovani under35, 34 milioni di euro per biblioteche, editoria, a sostegno di progetti culturali locali e archivi storici.
Da citare, ancora, vi sono poi incentivi per associazioni e operatori dello spettacolo, il contributo FUS, cioè il Fondo Unico per lo Spettacolo, che interessa bandi regionali e comunali per progetti culturali rivolti ai giovani.
Come accedere a questi fondi, a queste agevolazioni? È necessario registrarsi all’ente culturale presso il Ministero della Cultura, nel registro unico del terzo settore. Carmen sottolinea quanto sia fondamentale questo passaggio, adeguare lo statuto al terzo settore e iscriversi, in quanto il vantaggio è maggiore rispetto al caso di associazioni non iscritte al terzo settore.
Prima di concludere, ci ricorda l’esistenza di Doc Project, lo strumento/sezione della cooperativa che si occupa della ricerca e della presentazione dei bandi per tutti coloro che ne fanno richiesta, accompagnando, in caso di bisogno, anche nella complicazione di bandi nel settore dello spettacolo e della cultura.
L’intervento di Carmen, come sempre, è accompagnato da un documento pdf liberamente consultabile e in appendice all’articolo che ne riassume il contenuto.
Tutti i pdf presentati da Carmen nelle puntate precedenti sono scaricabili dalla pagina dai cafè DocEdu. Per qualsiasi dubbio o domanda è possibile contattare Carmen Fantasia tramite mail carmen.fantasia@retedoc.net.